Scopri perché i modelli AI aperti, i programmi ricostruiti con l’AI e i servizi autogestiti sono finiti sotto pressione nello stesso autunno, e cosa conviene fare alla tua azienda per non dipendere da decisioni prese altrove.
«Winter is coming», l’inverno sta arrivando, è il motto della casa Stark in Game of Thrones. È un avvertimento senza data: l’inverno arriva sempre, e ci si prepara finché è estate. Ad agosto David Sacks ha usato quasi le stesse parole per i modelli di intelligenza artificiale aperti: «an open source ban is coming», sta arrivando un divieto dell’open source. Che abbia ragione o no, il consiglio degli Stark vale anche per te.
Se domani uno degli strumenti digitali su cui lavori ogni giorno sparisse per una decisione presa da qualcun altro, quanto ci metteresti a ripartire?
Fino a poco tempo fa era una domanda da esperti di sicurezza. Fra agosto e ottobre 2026 è diventata concreta, perché tre notizie molto diverse raccontano la stessa storia da tre lati: il software che puoi far girare, studiare e gestire da solo è sempre più potente, e proprio per questo sempre più conteso.
- Un ex consigliere della Casa Bianca prevede un divieto «mascherato» dei modelli di intelligenza artificiale aperti.
- Uno strumento open source permette a un agente AI di smontare e ricostruire quasi qualsiasi programma, e i grandi editori di videogiochi hanno cominciato a mandare diffide.
- Un collettivo italiano che da 25 anni offriva posta e blog ad associazioni e attivisti, con software libero e server propri, ha chiuso in dieci giorni dopo una designazione del governo americano.
In questo nuovo approfondimento di CIAO, la rubrica di ELAN42 dedicata all’intelligenza artificiale, mettiamo in fila i fatti, li separiamo dalle opinioni e vediamo cosa cambia per un’azienda italiana.
1. La previsione di Sacks: un divieto che nessuno chiamerà divieto

Il primo filo è un reel di 98 secondi dell’All-In Podcast, pubblicato il 24 agosto. Parla David Sacks, che fino a marzo 2026 è stato il consigliere della Casa Bianca per l’AI e le criptovalute e oggi co-presiede il consiglio dei consulenti scientifici del Presidente. All’amico Chamath Palihapitiya spiega perché, secondo lui, quel divieto nessuno lo chiamerà così.
Il suo ragionamento procede per passi:
- le grandi aziende dell’AI creano un ente che si autoregola, sul modello della FINRA, l’organismo che negli Stati Uniti vigila sugli intermediari finanziari ed è pagato dal settore stesso;
- l’ente scrive gli standard di sicurezza e introduce i test dei modelli prima che escano;
- una legge rende obbligatori quei test;
- per equità, si chiede che valgano anche per i modelli aperti.
Un modello aperto, una volta pubblicato, non si può ritirare né sorvegliare, perché gira sui computer di chi lo ha scaricato. Non potrà adeguarsi, e piano piano uscirà dal mercato. Sacks chiama la prima mossa un «cavallo di Troia».
Nel reel mancano due cose. L’idea della «FINRA per l’AI» non è di Dario Amodei, il CEO di Anthropic che Sacks prende di mira: l’ha proposta a luglio Demis Hassabis, di Google DeepMind, con test volontari almeno 30 giorni prima dell’uscita di un modello e un consiglio che comprende anche la comunità open source (Fortune). A luglio, scrive lo stesso articolo, Sacks la giudicava migliore di una regolazione diretta del governo. E Amodei, a metà agosto, ha scritto di sostenere un ente simile e di voler lasciare spazio ai modelli aperti, affrontandone i rischi specifici (Fortune).
Resta una previsione, la tesi di una parte in un dibattito molto acceso. Descrive però un meccanismo che in altri settori si è già visto: regole scritte con i grandi, su misura per i grandi.
2. REA: un agente AI che smonta qualsiasi programma

Il secondo filo spiega perché quel dibattito si è scaldato. Si chiama REA, Reverse Engineer Anything: è un progetto open source pubblicato su GitHub ad aprile 2026, con licenza MIT, che al 17 ottobre ha superato le 300.000 stelle. Collega gli agenti di programmazione, come Claude Code, Codex o Gemini CLI, ai decompilatori dei professionisti, come Ghidra e IDA, e permette di analizzare programmi compilati, app Android, applicazioni JavaScript e firmware. Il progetto dichiara di essere pensato per ricerca, didattica, interoperabilità e conservazione del software, su programmi che possiedi o che hai il permesso di esaminare.
Simone Rizzo l’ha provato in un video pubblicato il 17 ottobre. Ha chiesto all’agente di analizzare un’app per Windows che riceve lo schermo dell’iPad e che sullo store di Microsoft costa 6,99 €. In circa mezz’ora l’agente ne ha scritta una versione nuova che fa la stessa cosa, e Rizzo commenta che così non deve più pagarla. Precisa di non voler incoraggiare usi scorretti e di aver girato il video a scopo divulgativo. La sua conclusione: le app da scaricare non sono più una vera proprietà intellettuale, perché si replicano facilmente. Resteranno di valore quelle che vivono di una comunità o di dati: l’app si copia, i dati no.
Rizzo riconosce anche che REA non insegna niente di nuovo agli agenti, perché Claude Code e Codex sanno già fare reverse engineering. REA mette insieme gli strumenti e abbassa la soglia: per provarci non serve più saper programmare.
Fra i commenti al reel di Sacks qualcuno ha già unito i due fili: REA, scrive un utente, sarà «l’ultimo chiodo nella bara».
3. I primi stop: videogiochi decompilati e diffide

Il terzo filo è il diritto d’autore, e per ora passa dai videogiochi, dove ricostruire i titoli storici con l’AI è diventato una moda.
- A inizio ottobre l’autore di una ricostruzione di Fallout giocabile nel browser ha raccontato di aver ricevuto una diffida da Bethesda, e Activision ha bloccato il sito con il codice di Modern Warfare 2 ricostruito da Maurice Heumann con un gruppo di agenti AI (TheGamer, 3 ottobre).
- L’11 ottobre XDA ha raccontato le notifiche DMCA di Activision contro due mappe di Call of Duty (Black Ops e Black Ops II) portate nel browser con agenti AI, usando mappe, modelli e animazioni esportati dai giochi originali. Lo stesso articolo ricorda l’intervento di Take-Two contro una versione non ufficiale di GTA V per Switch.
In Europa il confine è scritto nella direttiva sul software, la 2009/24/CE, recepita in Italia nella legge sul diritto d’autore.
- Chi ha il diritto di usare un programma può osservarlo, studiarlo e provarlo, per capire le idee e i principi su cui si basa (articolo 5).
- Può decompilarlo senza autorizzazione solo quando serve a far dialogare con quel programma un software creato autonomamente, cioè per l’interoperabilità (articolo 6).
- Le informazioni ottenute non si possono usare per sviluppare o vendere un programma sostanzialmente simile.
Ricostruire un gioco per pubblicarlo, o un’app a pagamento per non pagarla, sta fuori da quel perimetro. Con l’AI la regola resta la stessa, ed è molto più facile infrangerla.
Qui i primi tre fili si toccano. Più gli strumenti aperti diventano potenti, più cresce la pressione per controllarli, e chi li usa con disinvoltura offre argomenti a chi vorrebbe restringerli per tutti.
4. In Europa, oggi, l’apertura è protetta

Prima di preoccuparti, guarda le regole che valgono per te. Sui modelli aperti, l’AI Act europeo (Regolamento UE 2024/1689) va nella direzione opposta a quella che teme Sacks.
- I sistemi di AI rilasciati con licenza libera e open source sono esclusi dal regolamento, a meno che siano ad alto rischio, rientrino nelle pratiche vietate o negli obblighi di trasparenza dell’articolo 50 (articolo 2, paragrafo 12).
- Chi pubblica un modello per finalità generali con licenza aperta, pesi compresi, non deve preparare la documentazione tecnica per l’Ufficio europeo per l’AI e per chi integra il modello nei propri prodotti (articolo 53, paragrafo 2).
- L’eccezione non vale per i modelli «con rischio sistemico», quelli addestrati con una potenza di calcolo enorme, oltre 10²⁵ operazioni (articolo 51).
Anche negli Stati Uniti la linea ufficiale, per ora, è un’altra. Il piano d’azione sull’AI della Casa Bianca di luglio 2025, firmato anche da Sacks, dedica un capitolo a incoraggiare i modelli open source e open weight. Tra i motivi scrive che molte aziende e amministrazioni hanno dati sensibili che non possono mandare ai fornitori di modelli chiusi.
5. Autistici/Inventati: quando a spegnerti non è una legge sull’AI

L’ultimo filo è italiano, ed è il più duro. Autistici/Inventati nasce a Milano nel 2001: un collettivo di appassionati di informatica che per 25 anni ha offerto ad associazioni, attivisti e volontari posta elettronica, mailing list e blog (su Noblogs ne sono nati oltre 21.000), con software libero e server propri, senza pubblicità e senza servizi a pagamento. Nel 2005, dopo aver scoperto che la polizia aveva copiato i dischi di un loro server presso un provider italiano, aveva costruito il «Piano R*»: dati cifrati e servizi distribuiti su server in paesi diversi, presso fornitori diversi, per non dipendere da nessuno.
Il 26 agosto 2026 il Dipartimento di Stato americano lo ha designato come organizzazione terroristica: secondo Washington, i suoi servizi sarebbero stati usati da gruppi violenti negli Stati Uniti e in Europa.
Il collettivo respinge le accuse, e il suo avvocato, Fausto Gianelli, alla tavola rotonda del 16 ottobre nella sede Veneziana di EMERGENCY, a cui ho avuto l’onore di partecipare come speaker, ha ricordato che a suo carico non c’è nemmeno un procedimento penale aperto: c’è una decisione amministrativa. Le quattro volte in cui la giustizia italiana gli ha chiesto di togliere dei contenuti, il collettivo li ha tolti. Poi, secondo la ricostruzione di Italia che Cambia:
- 28 agosto: il dominio autistici.org diventa irraggiungibile, e il collettivo indica il registro americano dei domini .org; PayPal chiude il conto delle donazioni;
- 1° settembre: Banca Etica sospende il conto del collettivo, per timore di sanzioni;
- 6 settembre: il collettivo annuncia lo scioglimento e la chiusura di tutti i servizi;
- 8 settembre: ricorso d’urgenza al Tribunale di Pisa per riavere i fondi, di cui non abbiamo trovato una decisione;
- 1° ottobre: Banca Etica, la federazione europea delle banche etiche FEBEA e altre tredici organizzazioni scrivono alla Commissione europea e al Governo italiano.
Non entriamo nel merito delle accuse. Ci interessa la lezione tecnica: il Piano R* reggeva alla perdita di un server, non a quella del dominio, dei pagamenti e della banca nello stesso momento. Ogni fornitore risponde alla legge del paese in cui ha sede, e quella legge viaggia insieme al servizio. Ne abbiamo parlato il 16 ottobre a Venezia, a una tavola rotonda sulla resilienza della società civile organizzata da Non c’è Pace Senza Giustizia nella sede di EMERGENCY.
6. Cosa ne ricaviamo, e cosa conviene a te

La nostra posizione: poter far girare, studiare e gestire da sé i propri strumenti è una libertà, per le persone e per le aziende, e va difesa. Porta con sé anche una responsabilità, e la prima è rispettare le licenze di chi il software lo ha scritto.
Noi usiamo entrambe le strade. Con i modelli chiusi, come Claude e Gemini, scriviamo, ragioniamo e programmiamo. I modelli aperti, come Qwen e Gemma, girano su un nostro server in ufficio e fanno i lavori di volume, oltre a trattare i dati che non devono uscire: lo abbiamo raccontato con 7.444 pagine digitalizzate senza cloud e Il dodicesimo supercomputer al mondo e le carte della Resistenza.
Cinque cose da fare, comunque vada il dibattito:
- Fai la mappa delle dipendenze: per ogni servizio senza cui l’azienda si ferma (dominio, posta, sito, cloud, pagamenti, banca, strumenti di AI) annota chi è il fornitore e in quale paese ha sede.
- Separa i dati: quelli sensibili vanno solo dove sai chi li legge e dove restano.
- Tieni un’alternativa pronta: un modello aperto che sai far girare, un secondo fornitore di posta, una copia dei dati fuori dal fornitore principale.
- Prova a ripartire: simula almeno una volta la perdita di un fornitore, non solo quella di un server, e misura quanto ci metti.
- Usa l’AI dalla parte giusta della licenza: studiare un programma per farlo dialogare con il tuo si può, ricostruirlo per non pagarlo no.
di Alvise Nicoletti
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